Il presidente damn right

Intorno alla pubblicazione delle memorie di George W. Bush, “Decision points”, si respira una strana aria di riabilitazione, come se l’America nel suo infinito serbatoio di risorse avesse la capacità di mettere rapidamente gli eventi recenti sul piano della storia. George W. Bush nei suoi otto anni di presidenza ha attraversato i cerchi paradisiaci del consenso quando l’America era sotto attacco e come in una commedia montata al contrario si è inabissato nei gironi infernali.
16 AGO 20
Immagine di Il presidente damn right
Intorno alla pubblicazione delle memorie di George W. Bush, “Decision points”, si respira una strana aria di riabilitazione, come se l’America nel suo infinito serbatoio di risorse avesse la capacità di mettere rapidamente gli eventi recenti sul piano della storia. George W. Bush nei suoi otto anni di presidenza ha attraversato i cerchi paradisiaci del consenso quando l’America era sotto attacco e come in una commedia montata al contrario si è inabissato nei gironi infernali. Lì è stato schernito dal caravanserraglio dell’opinione pubblica, bersagliato da eserciti michaelmoorizzati in missione per conto di dèi qualunquisti, la sua immagine di commander in chief cresciuto nella landa texana è stata trasformata in una controfigura poco meno che hitleriana, tinta d’imperialismo e destinata per volontà del Dio crudele dei cristiani del sud a imporre con l’arroganza delle bombe l’ordine democratico sull’orbe terracqueo. Forse il messia deludente, Barack Obama, ha accelerato il processo di elaborazione del lutto bushiano: la nuova Amministrazione ha giocato tutto sulle idee negative di rivalsa e rivincita, sull’espiazione delle colpe passate, trovandosi la mano mozzata quando ha mostrato le debolezze dei suoi grandiosi progetti. Così il Bush che si presenta nella veste di vecchio leone del Palazzo alla prova anglosassone delle memorie non è la quintessenza del male assoluto, ma il presidente travolto da eventi straordinari che ha preso decisioni straordinarie. Non perfette. Non trasmesse dal cielo. Non assolute. Non apodittiche. Le quattordici decisioni fondamentali attorno alle quali è costruito il racconto sono colorate d’esperienza e storia, di circostanze irripetibili e tempi stretti per assumersi responsabilità che avrebbero portato a conseguenze difficili da controllare. Senza contare gli “unknown unknown”, ciò che non si sa e non si è coscienti di non sapere, per usare il linguaggio dell’epistemologia e di Donald Rumsfeld. Se il book tour di Bush in giro per il paese non sarà interrotto da folle urlanti con cartelli scritti a mano – cosa tutta da dimostrare, Tony Blair docet – sarà perché gli stessi manifestanti sono impegnati a protestare contro Obama.

Il primo merito di “Decision points” è il taglio dichiaratamente apologetico – la difesa delle proprie motivazioni è strenua – ma senza indulgere alla noia dell’autoassoluzione. A parte alcuni passaggi sull’idillio giovanile assieme al padre (sempre, affettuosamente “dad”), quasi nulla nel racconto è bello e facile. C’è la sorellina morta di leucemia, la lotta contro l’alcol, l’ingresso in politica e poi gli otto anni della presidenza; l’undici settembre, la guerra globale al terrore, l’asse del male, la tortura, il carcere speciale di Guantanamo, le cellule staminali, la “missione compiuta” in Iraq ma senza rinvenire armi di distruzione di massa, la prova invocata all’unisono da Condoleezza Rice e Dick Cheney: “Non vogliamo che la pistola fumante sia un fungo atomico”; infine il disastro naturale e presidenziale dell’uragano Katrina, con quella foto del Bush celestiale che scruta la tragedia degli uomini dall’oblò dell’Air Force One: “Un errore enorme”, ha detto l’ex presidente nell’intervista esclusiva con Matt Lauer di Nbc.
La decisione più importante è la prima a essere raccontata: smettere di bere. “Non ero un ubriacone”, dice Bush, ma quando la moglie Laura gli ha chiesto di ricordare un giorno in cui non avesse toccato alcol George W. non è riuscito a ricordarne nemmeno uno. C’era sempre un Martini dry o un B & B ad allietare la serata; anzi, non uno soltanto. Era in uno stato di euforia normale quando durante una cena con amici di famiglia ha chiesto a un’ospite: “Com’è il sesso passati i cinquanta?”. Gelo fra i commensali. Fortunatamente la signora aveva il senso dell’umorismo e al cinquantesimo compleanno di Bush gli ha fatto recapitare un biglietto: “Allora, com’è?”. Senza la decisione di smettere di bere, presa a quarant’anni durante una delle quotidiane sedute di footing, tutte le altre decisioni sarebbero state diverse. La tentazione di “Decision points” è quella di buttare il contesto per arrivare subito alle parti truculente, dalle quali l’ex presidente del resto non si tira indietro. Rimpianti per avere usato la tecnica del waterboarding – ritenuta una forma di tortura – su tre detenuti? No, al capo della Cia che gli chiedeva il permesso di usarla rispose: “Damn right”. Cazzo, sì. L’America dovrebbe essere più riconoscente per il surge in Iraq? “Who cares?”. Scoramento per il fatto che nei bunker di Saddam non c’erano le armi di distruzione di massa? In effetti sì.

“Le informazioni ottenute dagli interrogatori della Cia
– scrive Bush – hanno fornito più della metà di quello che l’intelligence sapeva di al Qaida. Gli interrogatori ci hanno aiutato a sventare attentati a militari e diplomatici americani all’estero, all’aeroporto di Heathrow, al Canary Wharf a Londra e a diversi obiettivi sul suolo americano. Gli uomini dell’intelligence mi hanno confermato che senza il programma di interrogatori della Cia ci sarebbe stato un altro attacco agli Stati Uniti”. Sull’undici settembre Bush ripercorre tutti i momenti da quella prima notizia ricevuta da Cheney appena prima di entrare in quella scuola della Florida, quando ancora sembrava un incidente; poi l’aggiornamento sussurrato nell’orecchio da Andy Card, con il suo accento del Massachusetts: “Un altro aereo ha colpito la seconda torre. L’America è sotto attacco”. E poi il volo sull’Air Force One, “andiamo a Washington!”, ma il protocollo non lo permette e quindi si gira in tondo nei cieli della Louisiana e poi sopra il Nebraska, lottando con i telefoni malconci di quello che è il mezzo perfetto soltanto nei film. Lì è arrivata la decisione immediata più tosta: abbattere qualsiasi aereo non risponda alle richieste della torre di controllo e uno “dei più grandi gesti di eroismo della storia americana” sul volo United 93 ha, nel suo misto di coraggio e tragedia, anticipato l’ordine estremo del presidente.

L’invasione dell’Iraq è una delle controversie più delicate dell’Amministrazione Bush, molto più dell’operazione in Afghanistan, che aveva il sostegno del 90 per cento della popolazione e l’appoggio incondizionato degli alleati (l’unico capo di stato che Bush descrive come fedele anche nei momenti bui è Tony Blair, gli altri hanno una tendenza a defilarsi o a denigrare apertamente, come il ministro tedesco Herta Däeubler-Gmelin, che lo ha paragonato a Hitler per la sua politica in Iraq. Il ministro si è dimesso, ma ha continuato a negare di aver pronunciato quelle parole). “E’ un paese migliore e 25 milioni di persone vivono libere senza Saddam Hussein”, ma alcune ferite irachene rimangono aperte: gli abusi nella prigione di Abu Ghraib, il discorso prematuro del “mission accomplished”, l’impreparazione dei soldati a un’occupazione lunga. Questioni che rimarranno aperte per sempre; indietro non si torna.
Nella vita non solo privata di Bush emerge la fede metodista, non soltanto consolazione interiore ma criterio per l’impostazione di politiche per “guidare la nazione verso quella che Giovanni Paolo II chiamava la cultura della vita”. In un dibattito fra i candidati repubblicani nel 1999 il moderatore chiede quale sia il filosofo o il politico a cui i candidati si ispirano e vuole motivazioni credibili: “Ero il terzo a rispondere. Ho pensato di citare qualcuno tipo Mill o Locke, le cui teorie sulla legge naturale hanno influenzato i padri fondatori. Poi c’era Lincoln; difficile sbagliare con Abe in un dibattito fra repubblicani. Ci stavo ancora pensando quando Bachmann è arrivato da me: ‘Governatore Bush?’. Non c’era più tempo per pensare alle mie opzioni. Le parole sono uscite dalla mia bocca: ‘Cristo’, ho detto, ‘perché mi ha cambiato il cuore’”. L’intimità con il divino scorre nei sotterranei delle decisioni, emergendo con evidenza quando il presidente si trova per le mani il dossier della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per la quale ha infine sospeso l’accesso ai fondi federali. “Nel cuore di Londra c’era un palazzo grigio di 34 piani. Uno di questi piani conteneva un ampio spazio conosciuto come la ‘fertilizing room’. Dentro, i tecnici di laboratorio mischiavano meticolosamente ovuli e sperma in provette per produrre la nuova generazione. L’incubatrice costituiva la linfa vitale di un nuovo governo mondiale, che aveva coniato la formula per congegnare una società produttiva e stabile. Questa scena non era una creazione di Jay Lefkowitz, il brillante avvocato che me l’aveva letta ad alta voce nello Studio ovale nel 2001. Veniva dal romanzo scritto nel 1932 da Aldous Huxley, “Brave New World”. Con gli ultimi sviluppi della biotecnologia e della genetica, quel libro sembrava ora molto significativo. Con tutta quella efficienza, il mondo utopico di Huxley appariva sterile, senza gioia e senza significato. La ricerca dell’umanità perfetta finiva nella perdita dell’umanità”. Quella di Bush diventa una battaglia di ragione e natura prima ancora che di fede e l’ex presidente riconosce le perversioni potenziali del ragionamento secolarizzato: “Mi sembrava di vedere le tentazioni di ‘designer’ di bambini che permettevano ai genitori di avere il loro piccolo giocatore di basket con i capelli biondi. L’incubo di una clonazione umana su larga scala non era poi molto lontano”, scrive.

Subito il dibattito sulle staminali si sovrappone a quello sull’aborto: “Quando ho visto per la prima volta Barbara e Jenna nell’ecografia, nella mia mente non c’era alcun dubbio che fossero esseri distinti e vivi. Il fatto che non potessero ancora parlare aumentava i doveri della società di proteggerle”, scrive George W. Bush in uno dei “decision point” meno pirotecnici ma che meglio di altri danno l’idea della pasta di un uomo che ha avuto uno scontro frontale con la storia. Le sue memorie sono lì a dimostrare che lui è vivo e di buonumore, senza sindromi petulanti da ex presidente né retoriche da “io l’avevo detto”; un presidente figlio di presidente che si sveglia presto la mattina, prega e va a correre, educa i figli e ama la moglie Laura con tutta la tenerezza concessa al commander in chief degli Stati Uniti d’America. Uno che dice ai terroristi “fatevi sotto” e si offende profondamente quando un rapper dice che lui, il presidente, se ne frega degli sfollati di New Orleans perché sono neri: “Il momento più disgustoso della presidenza”.